Dal 1° febbraio 2027 ogni tonnellata di CO2 incorporata nei prodotti che importi dall'estero ha un prezzo: quello di un certificato da acquistare. Un costo che entra in bilancio. Una variabile da presidiare.
Il Carbon Border Adjustment Mechanism ha concluso la sua fase transitoria. Chi non ha ancora strutturato la raccolta dei dati di emissione dai propri fornitori extra-UE si trova oggi in una posizione precisa.
Deve pagare il prezzo più alto.
Dalla segnalazione al pagamento: cosa è cambiato
Fino a oggi il CBAM ha funzionato come un esercizio preparatorio. Gli importatori di acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, idrogeno ed elettricità erano tenuti a dichiarare trimestralmente le emissioni incorporate nelle merci, senza dover acquistare certificati. Un obbligo di trasparenza, non ancora un costo operativo.
Dal 1° febbraio 2027 questa distinzione non esiste più. Gli importatori autorizzati devono acquistare certificati CBAM, il cui prezzo è agganciato al mercato europeo delle quote di emissione EU ETS.
Ogni certificato corrisponde a una tonnellata di CO2 equivalente.
Il numero di certificati da acquistare dipende dalle emissioni incorporate nei prodotti importati. E quelle emissioni, a loro volta, dipendono da un dato che molte aziende ancora non hanno: quello comunicato e verificabile dal fornitore.
Il meccanismo del default: perché non avere i dati costa di più
Il regolamento CBAM prevede due scenari per il calcolo delle emissioni incorporate.
Nel primo, l'importatore dispone dei dati reali di emissione del proprio fornitore, raccolti secondo la metodologia prevista dal Regolamento di esecuzione UE 2023/1773. Il calcolo si basa su quei dati e il costo dei certificati riflette l'intensità carbonica reale del processo produttivo.
Nel secondo, l'importatore non dispone di dati verificabili.
Si applicano allora i valori di default fissati dalla Commissione Europea: emissioni medie del settore a livello globale, calcolate in modo deliberatamente conservativo rispetto ai produttori più efficienti. Significa che un'azienda con un fornitore realmente virtuoso sul piano delle emissioni, ma incapace di documentarlo, paga come se si rifornisse da un produttore nella media mondiale.
Non avere i dati non è una posizione neutra. È la posizione più costosa.
Il procurement come nuova funzione carbon-aware
Il CBAM non riguarda solo il reparto ESG. Non riguarda solo il CFO. Riguarda chi gestisce i fornitori. Per la prima volta le emissioni incorporate nei prodotti acquistati all'estero diventano un parametro economico diretto nella valutazione di un fornitore, al pari del prezzo unitario e dei tempi di consegna.
Questo richiede un cambiamento concreto nei processi di procurement. Le aziende devono iniziare a richiedere ai propri fornitori extra-UE dati di emissione calcolati secondo le specifiche metodologiche del regolamento europeo. Devono valutare se quei dati sono verificabili da un soggetto terzo, come previsto nei settori in cui l'assurance è già richiesta. Devono costruire un sistema di raccolta e aggiornamento periodico, perché le emissioni di un impianto produttivo non sono statiche: il dato del 2024 potrebbe non essere quello del 2027.
In molte aziende che seguiamo questo processo non esiste ancora in forma strutturata. C'è una persona che "si occupa di CBAM", spesso all'interno della funzione ESG o legale, che raccoglie informazioni via email da fornitori che a loro volta non hanno mai prodotto questo tipo di documentazione. Il risultato è un dato frammentato, non verificabile e di fatto inutilizzabile per il calcolo corretto dei certificati.
Il problema non è la norma: è l'infrastruttura
Il CBAM non è una norma particolarmente oscura. La logica è lineare: se importi prodotti da paesi che non hanno un prezzo sul carbonio equivalente a quello europeo, paghi la differenza. Il problema vero è che applicare questa logica richiede un flusso di dati che la maggior parte delle aziende non ha mai dovuto costruire.
Chi costruisce quell'infrastruttura adesso, anche in modo imperfetto, ottiene due vantaggi concreti. Primo: paga certificati calcolati su emissioni reali e non sui valori di default, con un risparmio potenziale significativo già nel corso del 2026. Secondo: acquisisce un vantaggio nella selezione dei fornitori, perché può confrontare costi reali, incluso il costo del carbonio, e negoziare con più informazioni in mano.
Chi rimanda questa costruzione continua a pagare il prezzo peggiore. Finché qualcosa non cambia.


