Scope 1, 2 e 3: le differenze spiegate con esempi reali
Le tre categorie del GHG Protocol spiegate con gli occhi di una PMI manifatturiera da 80 addetti, con gli errori più comuni.

Il GHG Protocol divide le emissioni di un’impresa in tre categorie, i famosi Scope. La logica è semplice: distinguere ciò che emetti direttamente, ciò che emetti tramite l’energia che compri e ciò che emetti tramite la tua catena del valore. Vediamole con gli occhi di una PMI manifatturiera da 80 addetti.
Scope 1: quello che bruci tu
Sono le emissioni dirette da fonti che possiedi o controlli. Per la nostra PMI: il metano della caldaia e del forno di verniciatura, il gasolio dei due furgoni aziendali, il GPL del muletto. Il dato di partenza sono le fatture dei fornitori di combustibile: metri cubi, litri, chilogrammi.
Scope 2: l’energia che compri
Sono le emissioni indirette dell’energia acquistata, in pratica l’elettricità. Qui esistono due metodi di calcolo: location-based, che usa il fattore medio della rete nazionale, e market-based, che considera il contratto specifico, ad esempio una fornitura con garanzie di origine rinnovabile. Il VSME chiede di indicare entrambi quando rilevante. Il dato di partenza sono le bollette: i kWh consumati per POD e per periodo.
Scope 3: la catena del valore
Tutto il resto: le materie prime acquistate, i trasporti affidati a terzi, le trasferte, i rifiuti, l’uso dei prodotti venduti. Per la maggior parte delle PMI lo Scope 3 è la fetta più grande, spesso oltre il 70% del totale. La buona notizia: non serve calcolare tutte le 15 categorie del GHG Protocol, servono quelle rilevanti per il tuo business.
Gli errori più comuni
- Contare due volte l’elettricità: i kWh vanno nello Scope 2, non anche nello Scope 1.
- Dimenticare i mezzi a noleggio lungo: se li controlli tu, il carburante è Scope 1.
- Usare fattori di emissione vecchi: il fattore della rete elettrica cambia ogni anno, e la differenza si vede.
- Stimare quando esiste il documento: se hai la bolletta, usa la bolletta. Le stime si difendono male davanti a una banca.
La regola d’oro: ogni numero del report deve poter essere ricondotto a un documento. È il principio su cui è costruito Envify, ed è ciò che rende un report difendibile in un audit.


